Il calvario di Stefano
"Caduto dalle scale" non è una provocazione In galera è una battuta proverbiale Una marcia attraverso le istituzioni che si è trasformata in agonia
Prima di tutto riguardiamo le fotografie di Stefano Cucchi. Quelle di un giovane magro, un geometra, che ha avuto a che fare con la droga e sa che gli potrà succedere ancora, e intanto vive, sorride, lavora, abbraccia sua madre, scherza con sua sorella. I giornali in genere hanno preferito pubblicare queste. E quelle di un morto, scheletrito, tumefatto, infranto, il viso che eclissa quello del grido di Munch e delle mummie che lo ispirarono, il corpo di una settimana di Passione dell’ottobre 2009. La famiglia di Stefano ha deciso di diffondere quelle fotografie.
Nessuno è tenuto a guardarle. Ma nessuno è autorizzato a parlare di questa morte, senza guardarle.
Per una volta, sembra che tutti (quasi) ne provino orrore e sdegno, e vogliano la verità e la punizione. È consolante che sia così. Ma è difficile rassegnarsi alle frasi generiche, anche le più belle e sentite. C’è un andamento provato delle cose, e le parole devono almeno partire da lì. Certo, le parole possono osare l’inosabile. Possono, l’hanno fatto perfino questa volta, dire e ripetere che Stefano Cucchi «è caduto dalle scale». Non è nemmeno una provocazione, sapete: è una battuta proverbiale. Se incontrate uno gonfio di botte in galera, lo salutate così: «Sei caduto dalle scale». Hanno un gran senso dell’humour, in galera. Lo si può anche mettere per iscritto e firmare. Sembra che anche Stefano l’abbia messo a verbale presso il medico del carcere: «Sono caduto dalle scale». È un modo per evitare di cadere di nuovo dalle scale. Il meritorio dossier Morire in carcere curato da "Ristretti orizzonti" certifica che le morti per "cause da accertare" sono più numerose di quelle per "malattia".
Tuttavia bisogna guardarsi dall’assegnare senz’altro il calvario di Stefano al capitolo carcerario. Per due ragioni, già documentate a sufficienza. La prima: che fra la persona integra arrestata col suo piccolo gruzzolo di sostanze proibite e la persona cui vengono certificate nell’ambulatorio del tribunale «lesioni ecchimodiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente», e che lamenta «lesioni alla regione sacrale e agli arti inferiori» (i medici del carcere le preciseranno come «ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto bilaterale orbitaria, algia della deambulazione», e quelli dell’ospedale come «frattura del corpo vertebrale L3 dell’emisoma sinistra e frattura della vertebra coccigea») fra quelle due condizioni c’è stata solo una notte trascorsa in una caserma di carabinieri. Il ministro della Difesa - un avvocato penalista - pur declinando ogni competenza nel caso, ha creduto ieri di dichiarare: «Di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione». Non so come abbia fatto. So che qualcuno vorrà ammonirmi: «Ci risiamo». Infatti: ci risiamo. I medici e la polizia penitenziaria che dichiarano che Stefano «è arrivato in carcere così» hanno dalla loro una sequenza temporale interamente vidimata.
Questa era la prima ragione. La seconda è che nell’agonia di Stefano – di questo si è trattato, questo sono stati i suoi ultimi sette giorni – sono intervenute tante di quelle autorità costituite da far rabbrividire. Carabinieri, dall’arresto fino al trasporto al processo e alla consegna al carcere. Magistrati, uno dell’accusa e uno giudicante, che in un processo per direttissima per un reato irrisorio e con un giovane imputato così palesemente malmesso da suggerire la visita medica nei locali stessi del tribunale, rinviano l’udienza al 13 novembre e lo rimandano in carcere ammanettato. Agenti di polizia penitenziaria, che piantonano così rigorosamente il pericoloso detenuto nell’(orrendo) reparto carcerario dell’ospedale intitolato a quel gran detenuto che fu Sandro Pertini, al punto di impedire ai famigliari del giovane di chiederne una qualche notizia ai medici, facendo intendere che occorra un’autorizzazione del magistrato: espediente indecente, perché per parlare col personale sanitario non occorre l’autorizzazione di nessuno. (Sono stato moribondo e piantonato in un ospedale, e nessuno si sognò di dire ai miei che non potevano interpellare i medici: e vale per chiunque). Espediente, oltretutto, che costringe a chiedersi quale movente lo ispirasse. Una sovrintendente e, a suo dire, un medico di turno, che, anche ammesso che non abbiano saputo delle visite ripetute e trepidanti dei famigliari, hanno dichiarato di non aver notato i segni delle lesioni sul volto di Stefano, «in quanto si teneva costantemente il lenzuolo sulla faccia»! Frase che insegue l’altra sulla caduta dalle scale: un detenuto malconcio al punto di essere tradotto in ospedale non viene visto da chi lo sorveglia e da chi lo cura perché si tiene il lenzuolo sulla faccia. Non hanno visto «il volto devastato, quasi completamente tumefatto, l’occhio destro rientrato a fondo nell’orbita, l’arcata sopraccigliare sinistra gonfia in modo abnorme, la mascella destra con un solco verticale, a segnalare una frattura, la dentatura rovinata»... Non era un lenzuolo: era l’anticipazione di un sudario. Questo non ha impedito a un medico di turno di stilare un certificato in cui si legge che Stefano è morto «di presunta morte naturale». Infine, c’è l’autopsia eseguita sul cadavere straziato, nel corso della quale si proibisce al consulente di parte di eseguire delle foto. (Quelle che guardiamo oggi, chi ne ha la forza, sono state prese per la famiglia dal personale delle pompe funebri). È stata, la settimana di agonia di Stefano, una breve marcia attraverso le istituzioni. Questo sono infatti, al dunque, le istituzioni: persone che per conto di tutti si trovano a turno ad avere in balia dei loro simili: persone delle forze dell’ordine, giudici, medici, e anche politici e giornalisti...
Tutti (quasi) chiedono giustizia e verità. Bene. Un pubblico ministero ha già imputato di omicidio preterintenzionale degli ignoti, ieri. I colpevoli non sono certo noti, e non lo saranno fino a prova provata: ma gli imputati sono noti. Quanto al preterintenzionale, è un segno di garantismo notevole, venendo da una magistratura che quando l’aria tira imputa di omicidio volontario lo sciagurato che abbia travolto qualcuno con l’automobile.
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La sentenza del ministro
di Patrizio Gonnella * su il manifesto del 31/10/2009
«Di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in quest'occasione». Le parole del ministro della Difesa sono parole simili ad altre già ascoltate in circostanze analoghe. Una difesa aprioristica del corpo dei carabinieri funzionale a salvarne lo spirito. Lo spirito di corpo appunto. Il vero nemico della verità nei casi di violenza nei confronti di persone in custodia dello Stato è lo spirito di corpo. Una forma esplicita di autodifesa che si accompagna alla ingloriosa teoria delle mele marce la quale così recita: «se proprio i carabinieri-poliziotti hanno deviato, sbagliato, commesso un reato al massimo sono delle mele marce, ma il corpo è comunque salvo». Il corpo di Stefano Cucchi è stato invece devastato. Non sappiamo come siano andate le cose. Speriamo però che la magistratura faccia presto a scoprirlo. D'altronde l'arco temporale dell'indagine e i pochi attori coinvolti favoriscono una veloce ricostruzione dei fatti. Il passare del tempo - così è accaduto in altri processi per violenze subite da fermati, arrestati, detenuti - è un ostacolo al raggiungimento della verità. Il rischio prescrizione è sempre incombente per processi di questo tipo. Processi nei quali non si può procedere per tortura perché in Italia la tortura non è un crimine. Questa storia va seguita, monitorata, osservata così come si faceva un tempo per i processi per delitti di opinione. Le responsabilità eventuali di operatori delle forze dell'ordine, giudici o medici vanno individuate. Al pregiudizio innocentista del ministro La Russa non vogliamo contrapporre un pregiudizio colpevolista. Per questo vorremmo un segnale, un risarcimento politico ai familiari di Stefano Cucchi. Ci sono molti modi per onorare una persona morta nelle mani dello Stato: 1) evitare che altri episodi di violenza simili accadano. Per farlo bisogna spazzare via lo spirito di corpo. Un segnale in tal senso sarebbe l'introduzione con decreto legge del delitto di tortura nel codice penale che abbia tempi lunghi di prescrizione e procedibilità di ufficio; 2) evitare che altri ragazzi finiscano in galera soltanto per fatti di lieve entità; 3) infine dire la verità, null'altro che la verità. Basterebbe che uno di quelli che ha visto Stefano Cucchi nei sei giorni del suo martirio rompesse il muro del silenzio gridando ad alta voce: «Non è caduto dalle scale». Purtroppo le affermazioni del ministro La Russa pare non vadano in questa direzione. Siamo di fronte alla classica autodifesa, come a Sassari nel 2000, a Napoli e a Genova nel 2001, a Livorno nel 2003, a Ferrara nel 2005, a Perugia nel 2007. Un'autodifesa che appare grottesca di fronte alle foto del volto e del corpo di Stefano Cucchi. Noi confidiamo ci sia un giudice in Italia che assicurerà giustizia. Per sicurezza però preannunciamo che ci rivolgeremo agli ispettori europei.
* Presidente di Antigone http://www.associazioneantigone.it/l_associazione.htm
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Stefano che muore senza un perché
Stefano è stato picchiato. Stefano è stato lasciato senza cure. Stefano è stato lasciato solo. Non gli hanno permesso di vedere i suoi genitori, sua sorella nemmeno un minuto. Sono passati giorni e giorni e lui muore completamente sfigurato, dimagrito da 43 a 37 chili. Aveva 31 anni, lavorava col padre come geometra nello studio di famiglia. La sera del 16 Ottobre scorso si imbatte nei carabinieri che lo arrestano perché ha in tasca 20 grammi di marijuana.
Lo portano a casa sua per una perquisizione: sta ancora bene. Saluta suo padre all’udienza per direttissima del giorno dopo e già qui cominciano a vedersi dei segni sul suo volto. Ha il volto così tumefatto che viene visitato dal presidio medico del tribunale. Poi fa il giro del Fatebenefratelli per delle radiografie dove gli riscontrano delle vertebre fratturate.
Ma poi tutto diventa ancora più nebuloso, impercettibile e l’ultima immagine di Stefano è quella diffusa dai giornali oggi: un viso irriconoscibile, un corpo dove palesemente la violenza di qualcuno ha agito fino a renderlo esanime.
E ancora una volta tocca scrivere di storie di brutalità, di pestaggi e di chissà cosa d’altro non provocati da risse tra bande rivali come le “gangs of New York”, ma avvenuti nel mentre il giovane arrestato è appunto in potere dello Stato, nelle sue mani, nella sua – così dovrebbe essere – “custodia”.
E un detenuto, per diritto, è sacro, inviolabile, a cominciare dalla fase degli interrogatori: la Costituzione, quella stupenda carta che diventa sempre più “straccia” a causa delle politiche delle destre e del ritorno di fiamma conservatore e xenofobo di tanta parte del popolo italiano, non consente non solo atti di violenza, ma neppure atti moralmente offensivi, ossia insulti e schernimenti che ledano la dignità del presunto reo.
Sappiamo benissimo che questa parte della Costituzione è nei record di violazioni quotidiane. E sappiamo benissimo che è nel triste DNA del cameratismo poliziesco, in quella beffarda definizione di “forze dell’ordine”, una costante propensione all’utilizzo di mezzi e parole che sono violenti, che sono intimidatori, che sono tutto tranne che i termini di garanzia previsti per un arrestato.
Stefano muore, dunque. E questo è il fatto. E muore senza un perché, visto che non è ammissibile finire in una bara per la detenzione di 20 grammi di “Maria” e che neppure la peggiore delle leggi proibizioniste avrebbe come pena la morte per un fatto simile.
Eppure Stefano muore. Come Federico Aldrovandi, come Aldo Bianzino. Muore non di morte naturale, ma di morte violenta. E allora, la domanda dei genitori e di sua sorella è un dito puntato davanti agli occhi dello Stato: “Chi ha ridotto così il nostro Stefano?”.
Qualcuno, per favore, risponda. Lo faccia lei Signor Presidente della Repubblica, perché noi, come vede, scriviamo questi articoli come epigrafi sulle tombe di giovani ragazzi che non possono essere uccisi dalla Repubblica, dalle sue Istituzioni, dai suoi Enti che devono invece prendersi cura dei cittadini tutti, delle cittadine tutte.
Dove nasce la violenza che uccide Stefano, che ha ucciso Federico e che ha messo a termine la vita di Aldo e, tanti e tanti anni fa, anche quella di Franco Serantini, di Giorgiana Masi…
Certo, erano tempi difficili quelli, gli anni ‘70 “nati dal fracasso”, quelli dove lo scontro politico era acceso. Non era e non dovrebbe essere stato mai un alibi per picchiare a morte Franco e lasciarlo morire in un coma solitario nella cella quel 7 Maggio 1972…
Ora parliamo di un ragazzo fermato perché i carabinieri trovano su di lui un po’ di “erba”. E’ possibile che da un arresto ne derivi una morte? E’ inaccettabile, impossibile da concepire, e per questo muove al ribollire del sangue e all’indignazione di ogni poro della nostra pelle il fatto che Stefano non ci sia più.
Che tipo di gestione dell’ordine pubblico si è venuta formando in questi anni in Italia? Quale linea è stata oltrepassata? Di sicuro una linea legale se si guarda alla Costituzione, non se si mette lo sguardo alla repressione sulle droghe leggere equiparate a quelle pesanti, e se si tratta come un pericoloso spacciatore un giovane di 31 anni che rientra a casa all’1.30 del mattino e che, a vista d’occhio, non sta facendo nulla contro persone o cose.
E, comunque, dopo averlo fermato, il potere non è ancora contento e si accanisce su di lui, lo fa diventare un mostro o qualcosa di simile. Forse così lo vedono i suoi aguzzini. Forse così lo vedrebbero anche molti ignoranti e bigotti sostenitori dell’ordine, della sicurezza e della disciplina.
Bell’ordine, bella sicurezza, bella disciplina! Che uccidono un ragazzo, che negano una giovane vita, che violano quella Legge (con la “elle” maiuscola!) che tanto esaltano come principio assoluto di giustizia.
Ed invece Legge e Giustizia molto spesso sono compagne separate, che si incontrano incatenate dalla volontà di un codice, ma non da quella della verità.
I genitori e la sorella di Stefano, ma pure noi tutti, abbiamo bisogno di sapere, di conoscere chi lo ha ucciso, come questo sia avvenuto e cosa abbia mosso alla violenza efferata che ha reso il sorriso di un trentunenne una mesta, triste apertura di labbra che sembrano chiedere un ultimo disperato tentativo di aiuto. Marco Sferini del 30/10/2009 su http://www.lanternerosse