lunedì, 09 novembre 2009

Incredibile Giovanardi «Cucchi è morto di droga». Ma arrivano i primi indagati

«Stefano Cucchi era in carcere perchè era uno spacciatore abituale. Poveretto, è morto - e la verità verrà fuori - soprattutto perchè pesava 42 chili». Lo ha detto il sottosegretario Carlo Giovanardi, intervenuto a «24 Mattino» su Radio 24, che ha diffuso il testo dell'intervista, per parlare di droga. «La droga - ha continuato Giovanardi - ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente, poi il fatto che in cinque giorni sia peggiorato... certo bisogna vedere come i medici l'hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così».

Arrivano però i primi indagati nell'ambito dell'inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi. Iscrizioni, stando a quanto si apprende in ambienti giudiziari, per il reato di omicidio preterintenzionale. Massimo riserbo sul numero degli indagati e sulle loro «qualifiche». L'ipotesi di reato di omicidio preterintenzionale prende in esame le posizioni di carabinieri, agenti penitenziari e detenuti che hanno avuto contatti con Cucchi fino al suo ricovero. Proseguono comunque accertamenti «a 360 gradi», si sottolinea a piazzale Clodio, anche per verificare la sussistenza dell'ipotesi di reato di omicidio colposo, che è invece presa in considerazione da chi indaga in merito a presunte inadempienze che potrebbero essere state compiute dai medici che hanno avuto in cura il 31enne.

Intanto è on line sui siti di abuondiritto.it, italiarazzismo.it, innocenti evasioni.net la documentazione clinica di Stefano Cucchi. «Non c'è alcun mistero sulla morte di Stefano Cucchi. Può sembrare paradossale, ma tutto è documentato e leggibile negli atti» queste sono le parole del professor Luigi Manconi riferite dall'on. Giuseppe Giulietti dell'associazione Articolo21. «E si tratta di un atto di accusa che non può essere ignorato , nè dalle istituzioni , nè dalla politica nè, per quanto ci riguarda dai media. Per queste ragioni - prosegue Giulietti - l'associazione Articolo21 non solo ha deciso di riprendere la documentazione ma anche di chiedere a tutti i blog e a tutti i siti di linkare i video e la documentazione pubblicata. Ci auguriamo, infine che tutte quelle trasmissioni che hanno trovato il tempo e lo spazio per dedicare ore e ore di trasmissioni ai delitti di Cogne, di Perugia, di Garlasco vogliano finalmente dedicare analoghe attenzione alla vergognosa vicenda di Cucchi o a quella già dimenticata di Aldo Bianzino o alla restituzione della memoria e della verità alla famiglia Aldrovanti di Ferrara, la cui vicenda per molto tempo fu circondata da un silenzio complice ed omertoso. Comprendiamo che si tratti di 'delitti più scomodi" e meno utilizzabili all'industria della paura ma non per questo si può fingere di non vedere, di non sentire e di non sapere».

Le reazioni
Le parole di Carlo Giovanardi «si commentano da sole». Quel che è certo è che la «famiglia è sempre in attesa di giustizia». Così Giovanni Cucchi, il padre di Stefano, risponde al sottosegretario secondo cui il giovane è morto perchè anoressico e drogato. «Che Stefano aveva dei problemi non lo abbiamo mai negato - dice Giovanni Cucchi - ma non per questo doveva morire così».

«Giovanardi oggi ha perso una buona occasione per tacere. Non si può fare sterile propaganda politica su un ragazzo morto per circostanze ancora tutte da verificare». Lo ha affermato Stefano Pedica, senatore dell'Italia dei Valori, a proposito delle dichiarazioni del sottosegretario sulla morte di Stefano Cucchi, intervenuto oggi a '24 Mattino' su Radio 24.

«Le parole di Giovanardi sulle cause della morte di Stefano Cucchi sono stupefacenti» ha dichiarato invece Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone che si batte per i diritti nelle carceri. «Non sappiamo - aggiunge Gonnella - se Stefano Cucchi è morto per le violenze subite, per le cure negate o per altra ignota causa. Sicuramente la concausa della morte di Stefano Cucchi è una legge iper-punitiva (la Fini-Giovanardi) che tratta chi fa uso di droghe personali come un delinquente e lo butta irrimediabilmente in galera». È per questo, aggiunge, che «le parole del ministro Giovanardi sono sorprendenti». «Soprassedere sulle violenze, sui diritti calpestati, su quanto caduto in questi sei giorni e dare tutta la colpa alla droga è quanto meno singolare - dice ancora Gonnella - Picchiare chi usa droghe è lecito? Abbandonare a se stessi chi fa uso di droghe è lecito? Ci risponda il ministro Giovanardi la cui legge illiberale e punitiva (che assimila droghe leggere e droghe pesanti) ha creato la tragedia del sovraffollamento carcerario».

«Di fronte ad un caso come quello di Stefano Cucchi, su cui è indispensabile ed urgente fare chiarezza quanto prima, le parole del sottosegretario Giovanardi sono il peggio che certa politica possa esprimere al cospetto di una tragedia umana su cui gravano dubbi e sospetti di responsabilità esterne», afferma Roberto Giachetti del Pd. «Dichiarare che il ragazzo è morto perchè anoressico e drogato significa non solo violare la dignità ed il rispetto per le istituzioni che la famiglia ha sin qui dimostrato - aggiunge - ma soprattutto evidenzia una disarmante leggerezza, un'inquietante superficialità e una vergognosa rozzezza di giudizio a cui il sottosegretario Giovanardi non è purtroppo nuovo. C'è un'indagine in corso e tutte le istituzioni, governo e parlamento in primis, dovrebbero augurarsi che si riesca ad accertare la verità stabilendo le reali e precise cause della morte di Stefano Cucchi, senza avventurarsi in ipotesi fantasiose o peggio ancora, come fa Giovanardi, sproloquiare per ragioni propagandistiche sulla pelle di un ragazzo che non c'è più. Consiglio al sottosegretario di seguire l'esempio di una famiglia così provata eppure così dignitosa nel proprio dolore: Giovanardi attenda l'esito delle indagini in religioso silenzio». 09 novembre 2009
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Queste affermazioni di giovanardi lasciano veramente senza parole.

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domenica, 01 novembre 2009
 

Il calvario di Stefano

"Caduto dalle scale" non è una provocazione In galera è una battuta proverbiale   Una marcia attraverso le istituzioni che si è trasformata in agonia 

Prima di tutto riguardiamo le fotografie di Stefano Cucchi. Quelle di un giovane magro, un geometra, che ha avuto a che fare con la droga e sa che gli potrà succedere ancora, e intanto vive, sorride, lavora, abbraccia sua madre, scherza con sua sorella. I giornali in genere hanno preferito pubblicare queste. E quelle di un morto, scheletrito, tumefatto, infranto, il viso che eclissa quello del grido di Munch e delle mummie che lo ispirarono, il corpo di una settimana di Passione dell’ottobre 2009. La famiglia di Stefano ha deciso di diffondere quelle fotografie.
Nessuno è tenuto a guardarle. Ma nessuno è autorizzato a parlare di questa morte, senza guardarle.
Per una volta, sembra che tutti (quasi) ne provino orrore e sdegno, e vogliano la verità e la punizione. È consolante che sia così. Ma è difficile rassegnarsi alle frasi generiche, anche le più belle e sentite. C’è un andamento provato delle cose, e le parole devono almeno partire da lì. Certo, le parole possono osare l’inosabile. Possono, l’hanno fatto perfino questa volta, dire e ripetere che Stefano Cucchi «è caduto dalle scale». Non è nemmeno una provocazione, sapete: è una battuta proverbiale. Se incontrate uno gonfio di botte in galera, lo salutate così: «Sei caduto dalle scale». Hanno un gran senso dell’humour, in galera. Lo si può anche mettere per iscritto e firmare. Sembra che anche Stefano l’abbia messo a verbale presso il medico del carcere: «Sono caduto dalle scale». È un modo per evitare di cadere di nuovo dalle scale. Il meritorio dossier Morire in carcere curato da "Ristretti orizzonti" certifica che le morti per "cause da accertare" sono più numerose di quelle per "malattia".
Tuttavia bisogna guardarsi dall’assegnare senz’altro il calvario di Stefano al capitolo carcerario. Per due ragioni, già documentate a sufficienza. La prima: che fra la persona integra arrestata col suo piccolo gruzzolo di sostanze proibite e la persona cui vengono certificate nell’ambulatorio del tribunale «lesioni ecchimodiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente», e che lamenta «lesioni alla regione sacrale e agli arti inferiori» (i medici del carcere le preciseranno come «ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto bilaterale orbitaria, algia della deambulazione», e quelli dell’ospedale come «frattura del corpo vertebrale L3 dell’emisoma sinistra e frattura della vertebra coccigea») fra quelle due condizioni c’è stata solo una notte trascorsa in una caserma di carabinieri. Il ministro della Difesa - un avvocato penalista - pur declinando ogni competenza nel caso, ha creduto ieri di dichiarare: «Di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione». Non so come abbia fatto. So che qualcuno vorrà ammonirmi: «Ci risiamo». Infatti: ci risiamo. I medici e la polizia penitenziaria che dichiarano che Stefano «è arrivato in carcere così» hanno dalla loro una sequenza temporale interamente vidimata.
Questa era la prima ragione. La seconda è che nell’agonia di Stefano – di questo si è trattato, questo sono stati i suoi ultimi sette giorni – sono intervenute tante di quelle autorità costituite da far rabbrividire. Carabinieri, dall’arresto fino al trasporto al processo e alla consegna al carcere. Magistrati, uno dell’accusa e uno giudicante, che in un processo per direttissima per un reato irrisorio e con un giovane imputato così palesemente malmesso da suggerire la visita medica nei locali stessi del tribunale, rinviano l’udienza al 13 novembre e lo rimandano in carcere ammanettato. Agenti di polizia penitenziaria, che piantonano così rigorosamente il pericoloso detenuto nell’(orrendo) reparto carcerario dell’ospedale intitolato a quel gran detenuto che fu Sandro Pertini, al punto di impedire ai famigliari del giovane di chiederne una qualche notizia ai medici, facendo intendere che occorra un’autorizzazione del magistrato: espediente indecente, perché per parlare col personale sanitario non occorre l’autorizzazione di nessuno. (Sono stato moribondo e piantonato in un ospedale, e nessuno si sognò di dire ai miei che non potevano interpellare i medici: e vale per chiunque). Espediente, oltretutto, che costringe a chiedersi quale movente lo ispirasse. Una sovrintendente e, a suo dire, un medico di turno, che, anche ammesso che non abbiano saputo delle visite ripetute e trepidanti dei famigliari, hanno dichiarato di non aver notato i segni delle lesioni sul volto di Stefano, «in quanto si teneva costantemente il lenzuolo sulla faccia»! Frase che insegue l’altra sulla caduta dalle scale: un detenuto malconcio al punto di essere tradotto in ospedale non viene visto da chi lo sorveglia e da chi lo cura perché si tiene il lenzuolo sulla faccia. Non hanno visto «il volto devastato, quasi completamente tumefatto, l’occhio destro rientrato a fondo nell’orbita, l’arcata sopraccigliare sinistra gonfia in modo abnorme, la mascella destra con un solco verticale, a segnalare una frattura, la dentatura rovinata»... Non era un lenzuolo: era l’anticipazione di un sudario. Questo non ha impedito a un medico di turno di stilare un certificato in cui si legge che Stefano è morto «di presunta morte naturale». Infine, c’è l’autopsia eseguita sul cadavere straziato, nel corso della quale si proibisce al consulente di parte di eseguire delle foto. (Quelle che guardiamo oggi, chi ne ha la forza, sono state prese per la famiglia dal personale delle pompe funebri). È stata, la settimana di agonia di Stefano, una breve marcia attraverso le istituzioni. Questo sono infatti, al dunque, le istituzioni: persone che per conto di tutti si trovano a turno ad avere in balia dei loro simili: persone delle forze dell’ordine, giudici, medici, e anche politici e giornalisti...
Tutti (quasi) chiedono giustizia e verità. Bene. Un pubblico ministero ha già imputato di omicidio preterintenzionale degli ignoti, ieri. I colpevoli non sono certo noti, e non lo saranno fino a prova provata: ma gli imputati sono noti. Quanto al preterintenzionale, è un segno di garantismo notevole, venendo da una magistratura che quando l’aria tira imputa di omicidio volontario lo sciagurato che abbia travolto qualcuno con l’automobile.

 

 

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La sentenza del ministro

di Patrizio Gonnella * su il manifesto del 31/10/2009

 

«Di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in quest'occasione». Le parole del ministro della Difesa sono parole simili ad altre già ascoltate in circostanze analoghe. Una difesa aprioristica del corpo dei carabinieri funzionale a salvarne lo spirito. Lo spirito di corpo appunto. Il vero nemico della verità nei casi di violenza nei confronti di persone in custodia dello Stato è lo spirito di corpo. Una forma esplicita di autodifesa che si accompagna alla ingloriosa teoria delle mele marce la quale così recita: «se proprio i carabinieri-poliziotti hanno deviato, sbagliato, commesso un reato al massimo sono delle mele marce, ma il corpo è comunque salvo». Il corpo di Stefano Cucchi è stato invece devastato. Non sappiamo come siano andate le cose. Speriamo però che la magistratura faccia presto a scoprirlo. D'altronde l'arco temporale dell'indagine e i pochi attori coinvolti favoriscono una veloce ricostruzione dei fatti. Il passare del tempo - così è accaduto in altri processi per violenze subite da fermati, arrestati, detenuti - è un ostacolo al raggiungimento della verità. Il rischio prescrizione è sempre incombente per processi di questo tipo. Processi nei quali non si può procedere per tortura perché in Italia la tortura non è un crimine. Questa storia va seguita, monitorata, osservata così come si faceva un tempo per i processi per delitti di opinione. Le responsabilità eventuali di operatori delle forze dell'ordine, giudici o medici vanno individuate. Al pregiudizio innocentista del ministro La Russa non vogliamo contrapporre un pregiudizio colpevolista. Per questo vorremmo un segnale, un risarcimento politico ai familiari di Stefano Cucchi. Ci sono molti modi per onorare una persona morta nelle mani dello Stato: 1) evitare che altri episodi di violenza simili accadano. Per farlo bisogna spazzare via lo spirito di corpo. Un segnale in tal senso sarebbe l'introduzione con decreto legge del delitto di tortura nel codice penale che abbia tempi lunghi di prescrizione e procedibilità di ufficio; 2) evitare che altri ragazzi finiscano in galera soltanto per fatti di lieve entità; 3) infine dire la verità, null'altro che la verità. Basterebbe che uno di quelli che ha visto Stefano Cucchi nei sei giorni del suo martirio rompesse il muro del silenzio gridando ad alta voce: «Non è caduto dalle scale». Purtroppo le affermazioni del ministro La Russa pare non vadano in questa direzione. Siamo di fronte alla classica autodifesa, come a Sassari nel 2000, a Napoli e a Genova nel 2001, a Livorno nel 2003, a Ferrara nel 2005, a Perugia nel 2007. Un'autodifesa che appare grottesca di fronte alle foto del volto e del corpo di Stefano Cucchi. Noi confidiamo ci sia un giudice in Italia che assicurerà giustizia. Per sicurezza però preannunciamo che ci rivolgeremo agli ispettori europei.

* Presidente di Antigone
http://www.associazioneantigone.it/l_associazione.htm

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Stefano che muore senza un perché

 Stefano è stato picchiato. Stefano è stato lasciato senza cure. Stefano è stato lasciato solo. Non gli hanno permesso di vedere i suoi genitori, sua sorella nemmeno un minuto. Sono passati giorni e giorni e lui muore completamente sfigurato, dimagrito da 43 a 37 chili. Aveva 31 anni, lavorava col padre come geometra nello studio di famiglia. La sera del 16 Ottobre scorso si imbatte nei carabinieri che lo arrestano perché ha in tasca 20 grammi di marijuana.
Lo portano a casa sua per una perquisizione: sta ancora bene. Saluta suo padre all’udienza per direttissima del giorno dopo e già qui cominciano a vedersi dei segni sul suo volto. Ha il volto così tumefatto che viene visitato dal presidio medico del tribunale. Poi fa il giro del Fatebenefratelli per delle radiografie dove gli riscontrano delle vertebre fratturate.
Ma poi tutto diventa ancora più nebuloso, impercettibile e l’ultima immagine di Stefano è quella diffusa dai giornali oggi: un viso irriconoscibile, un corpo dove palesemente la violenza di qualcuno ha agito fino a renderlo esanime.
E ancora una volta tocca scrivere di storie di brutalità, di pestaggi e di chissà cosa d’altro non provocati da risse tra bande rivali come le “gangs of New York”, ma avvenuti nel mentre il giovane arrestato è appunto in potere dello Stato, nelle sue mani, nella sua – così dovrebbe essere – “custodia”.
E un detenuto, per diritto, è sacro, inviolabile, a cominciare dalla fase degli interrogatori: la Costituzione, quella stupenda carta che diventa sempre più “straccia” a causa delle politiche delle destre e del ritorno di fiamma conservatore e xenofobo di tanta parte del popolo italiano, non consente non solo atti di violenza, ma neppure atti moralmente offensivi, ossia insulti e schernimenti che ledano la dignità del presunto reo.
Sappiamo benissimo che questa parte della Costituzione è nei record di violazioni quotidiane. E sappiamo benissimo che è nel triste DNA del cameratismo poliziesco, in quella beffarda definizione di “forze dell’ordine”, una costante propensione all’utilizzo di mezzi e parole che sono violenti, che sono intimidatori, che sono tutto tranne che i termini di garanzia previsti per un arrestato.
Stefano muore, dunque. E questo è il fatto. E muore senza un perché, visto che non è ammissibile finire in una bara per la detenzione di 20 grammi di “Maria” e che neppure la peggiore delle leggi proibizioniste avrebbe come pena la morte per un fatto simile.
Eppure Stefano muore. Come Federico Aldrovandi, come Aldo Bianzino. Muore non di morte naturale, ma di morte violenta. E allora, la domanda dei genitori e di sua sorella è un dito puntato davanti agli occhi dello Stato: “Chi ha ridotto così il nostro Stefano?”.
Qualcuno, per favore, risponda. Lo faccia lei Signor Presidente della Repubblica, perché noi, come vede, scriviamo questi articoli come epigrafi sulle tombe di giovani ragazzi che non possono essere uccisi dalla Repubblica, dalle sue Istituzioni, dai suoi Enti che devono invece prendersi cura dei cittadini tutti, delle cittadine tutte.
Dove nasce la violenza che uccide Stefano, che ha ucciso Federico e che ha messo a termine la vita di Aldo e, tanti e tanti anni fa, anche quella di Franco Serantini, di Giorgiana Masi…
Certo, erano tempi difficili quelli, gli anni ‘70 “nati dal fracasso”, quelli dove lo scontro politico era acceso. Non era e non dovrebbe essere stato mai un alibi per picchiare a morte Franco e lasciarlo morire in un coma solitario nella cella quel 7 Maggio 1972…
Ora parliamo di un ragazzo fermato perché i carabinieri trovano su di lui un po’ di “erba”. E’ possibile che da un arresto ne derivi una morte? E’ inaccettabile, impossibile da concepire, e per questo muove al ribollire del sangue e all’indignazione di ogni poro della nostra pelle il fatto che Stefano non ci sia più.
Che tipo di gestione dell’ordine pubblico si è venuta formando in questi anni in Italia? Quale linea è stata oltrepassata? Di sicuro una linea legale se si guarda alla Costituzione, non se si mette lo sguardo alla repressione sulle droghe leggere equiparate a quelle pesanti, e se si tratta come un pericoloso spacciatore un giovane di 31 anni che rientra a casa all’1.30 del mattino e che, a vista d’occhio, non sta facendo nulla contro persone o cose.
E, comunque, dopo averlo fermato, il potere non è ancora contento e si accanisce su di lui, lo fa diventare un mostro o qualcosa di simile. Forse così lo vedono i suoi aguzzini. Forse così lo vedrebbero anche molti ignoranti e bigotti sostenitori dell’ordine, della sicurezza e della disciplina.
Bell’ordine, bella sicurezza, bella disciplina! Che uccidono un ragazzo, che negano una giovane vita, che violano quella Legge (con la “elle” maiuscola!) che tanto esaltano come principio assoluto di giustizia.
Ed invece Legge e Giustizia molto spesso sono compagne separate, che si incontrano incatenate dalla volontà di un codice, ma non da quella della verità.
I genitori e la sorella di Stefano, ma pure noi tutti, abbiamo bisogno di sapere, di conoscere chi lo ha ucciso, come questo sia avvenuto e cosa abbia mosso alla violenza efferata che ha reso il sorriso di un trentunenne una mesta, triste apertura di labbra che sembrano chiedere un ultimo disperato tentativo di aiuto.                                              Marco Sferini del 30/10/2009 su
http://www.lanternerosse

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sabato, 22 agosto 2009

Ne abbiamo ancora ucciso 73

immigraticanalesicOra non incolpate il mare di assassinio, anzi di strage. Incolpate, incolpiamoci noi stessi: nell’estate dei Vip, delle copertine dei giornali scandalistici, delle tv alla ricerca di uno scoop e delle polemiche politiche sui dialetti e sulle bandiere regionali, che spazio volete che abbia la notizia di 73 migranti morti per sfinimento o annegamento nel canale di Sicilia?
Lo spazio informativo magari tiene banco per qualche ora, poi tutto viene gestito in modo tale da rendere questi omicidi (perché di questo si tratta) come una conseguenza naturale di un modo di comportarsi: sfuggire alla miseria e attraversare il mare cercando rifugio nel Vecchio continente.
Ma le acque non hanno alcuna colpa. La colpa è tutta nostra, di un Paese che si è dimenticato di essere terra di confine tra due continenti, che ha gettato alle ortiche i suoi ideali di uguaglianza e giustizia sociale scritti nella Costituzione e che ha prediletto forze politiche dedite alla formazione di un regime fondato sulla criminalizzazione della differenza, qualunque essa sia; fondato sulla sicurezza, fatta con le ronde, con la militarizzazione delle città; fondato sulla discriminazione e non sul dialogo, sulla condanna preventiva e non sulla presunzione di innocenza.
Le politiche di respingimento dei migranti fatte dal nostro governo, in pieno accordo con Tripoli, hanno già causato un certo numero di vittime e hanno reincentivato la compravendita di schiavi nelle terre africane. Tutti sanno, e pochi dicono, che chi capita nei centri di permanenza libici esce morto o ceduto (vogliamo dire… “venduto”?) a qualche strozzino delle disperazioni, a qualche moderno schiavista che ne fa della manodopera che classificare come ipersfruttata è pur sempre e solo un autentico eufemismo.
Noi abbiamo respinto, noi abbiamo ucciso. Sì, abbiamo ucciso. E lo abbiamo fatto anche ignorando le grida di aiuto di quei 78 (così narrano le cronache) etiopi ed eritrei (tra cui anche donne e bambini) che per quasi un mese sono rimasti in balia delle onde e che, dopo poco meno di una settimana, erano già senza viveri e senza alcun collegamento con l’Italia o con Malta o con la Libia o la Tunisia.
Provate ad immaginare cosa significa rimanere su un gommone per ventitrè giorni, per ventiquattro notti, finendo ad assistere alla progressiva morte di quasi tutte e tutti… Bevendo l’acqua del mare, in mezzo ai capricci del mare, sotto un sole che stermina le menti, fuori da ogni brandello di quella maledetta ipocrisia che chiamiamo “civiltà”.
Dov’è questa miserabile vergogna? Dov’è l’istinto rabbioso che un poco ci prenda per farci sussultare e per creare in noi una giusta indignazione? E’ tutto in vacanza. Anche la democrazia, e non solo da questa estate.
Le Leggi criminali che sono state approvate per impedire ai migranti di entrare in Italia sono tali proprio in queste circostanze e sono lì a dire che la nostra di “civiltà” è quella dell’egoismo e della prepotenza.
Ed è francamente insopportabile sentire anche da sinistra, anche da quella comunista, dire che non serve la pietà cattolicamente intesa, o un sentimento di pena per tutto questo. Io mi sento di provare pena e pietà, ma non con lo sguardo alto verso il basso, ma diritto negli occhi dell’etiope o dell’eritreo che mi guarda. E mi sento di dirgli anche che tutta questa storia è legata a rapporti economici, a poteri politici che sono condizionati dal biglietto verde o dalla moneta nipponica e che chi, come noi, è nemico di quest’economia non può non vedere nella lotta per l’abolizione della Bossi-Fini o di altre disposizioni anti-migranti una battaglia di classe, materialista e, quindi, di liberazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
La tratta dei migranti fatta da organizzazioni clandestine è più che favorita dalle legislazioni restrizioniste fatte dall’Italia e dalla Libia: il proibizionismo incentiva la creazione di una rete “illegale” di rapporti che creano le migliori condizioni per il ricatto economico verso chi vuole fuggire e non trova altri mezzi se non i famosi “barconi” o gommoni delle mafie del mare (e della terra).
L’obiezione più comune, e anche più banale, che viene opposta a tutto questo riguarderebbe l’indiscriminato ingresso di chissà quante decine di migliaia di persone nel territorio italiano. Quale dramma comporti è ancora dato saperlo… visto che persino i dati ufficiali di questi giorni dicono che i teoricismi del “lavoro rubato” dagli stranieri sono tutti frutto delle psicosi xenofobe di questi decenni: i migranti compensano il loro lavoro con quello nostro e non tolgono un solo posto agli autoctoni ma, anzi, consentono a molti di noi di svolgere mansioni certamente meglio retribuite rispetto alle loro.
Quando in questi giorni andate al mare e fate il bagno, ricordatevi della storia dei 73 morti del canale di Sicilia. Ricordatevi e fate ricordare che c’è chi in mare si tuffa per rinfrescarsi e chi per fuggire dalle atrocità di una vita che gli viene, giorno dopo giorno, sempre più negata.

MARCO SFERINI    da:  lanterne rosse -  http://www.lanternerosse.it/
21 Agosto 2009

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mercoledì, 12 agosto 2009

Innse, vincono gli operai

di Marco Ventimiglia

Sono scesi a notte fonda, lontano dai tg della prima serata e dalle prime pagine dei giornali, ad ennesima dimostrazione che quella dell’Innse è stata una vicenda reale, fatta di volontà e sacrificio, non della “plastica” informativa con la quale si cerca di avvolgere i cittadini. Sono scesi esausti ma con la gioia di una vittoria dalle dimensioni persino superiori alle speranze di pochi giorni prima, quando i quattro operai accompagnati da un delegato Fiom avevano scelto di tricerarsi su un carro ponte sospeso nel vuoto per impedire lo smantellamento della loro azienda. Sono scesi accolti dagli altri 45 colleghi, dai familiari, dai sindacalisti e quant’altri li hanno accompagnati nel difficile percorso di protesta e trattative che ha portato, finalmente, alla stipula dell’accordo alla mezzanotte di ieri in prefettura. Un documento che sancisce il passaggio dell’Innse nelle mani del solido gruppo bresciano Camozzi, che ne garantisce non soltanto la sopravvivenza ma anche un rapido rilancio industriale.

IL RUOLO DELLA AEDES
L’accordo per la cessione della fabbrica metalmeccanica dell’hinterland milanese, controllata dall’imprenditore Silvano Genta, è arrivato al termine di una seconda, interminabile giornata di trattative, nel corso della quale si è anche temuto il peggio. La svolta, come detto, è avvenuta a notte fonda quando è stata trovata l’intesa (per 4 milioni) non soltanto con il gruppo bresciano, rappresentato in prefettura proprio dal suo patron Attilio Camozzi, ma anche con la Aedes, l’immobiliare proprietaria del terreno su cui sorge lo stabilimento.

Quanto ai lavoratori ed alla Fiom, hanno visto accolte le loro richieste sul piano industriale, sulla riassunzione dei dipendenti, sull’applicazione degli ammortizzatori sociali, oltre che di un rapido riavvio dell’attività produzione. Ed è appunto di fronte di questi due documenti che i cinque “gruisti” hanno dato il loro assenso e messo fine alla protesta che ha attirato l’attenzione dell’intero Paese.

Dopo la notte di passione, i dettagli dell’intesa si sono appresi ieri in prefettura nel corso di una conferenza stampa. «La riattivazione della Innse - ha spiegato Attilio Camozzi - partirà il primo ottobre». Fino al 30 settembre verrà bloccata qualsiasi operazione di smontaggio dei macchinari, che saranno tutti utilizzati dal nuovo compratore. Ed ancora, circa una decina di lavoratori potrà riprendere da subito a produrre, non appena l’impresa sarà operativa dopo il piano industriale. Per gli altri operai è previsto un ciclo di formazione con un periodo di ammortizzatori sociali e cassa integrazione da stabilire e concordare con il sindacato.

OPERATIVA IL 1° OTTOBRE
Alla conferenza stampa ha partecipato anche Maurizio Zipponi, ex sindacalista bresciano della Fiom, all’epoca controparte sindacale del gruppo Camozzi, in seguito parlamentare del Prc ed ora esponente dell’Italia dei Valori. È stato lo stesso Zipponi a chiamare Attilio Camozzi affinché si interessasse all’acquisto della Innse. L’ex sindacalista ha poi seguito le trattative, che ha definito «molto complicate, per la pluralità dei soggetti presenti».

«Noi vogliamo essere e non apparire», ha dichiarato Camozzi aggiungendo che «la Innse di Milano farà parte di un polo industriale che comprende la nostra Innse Berardi di Brescia e la nostra Ingersoll americana», azienda che Camozzi acquisì nel 2003, quando era commissariata e che ora ha 400 operai. «Mio padre - ha concluso Attilio Camozzi - mi ha insegnato che la faccia si perde una volta sola, mentre i soldi si possono perdere più volte».

Sul fronte politico, molti commenti dal centrosinistra. Per Pier Luigi Bersani, responsabile economico del Pd, l'accordo sull'Innse determina una ipotesi credibile di salvaguardia di una unità produttiva cioè di un pezzo della ricchezza del paese. È doveroso, prima di ogni altra cosa, un ringraziamento ai lavoratori che in una situazione difficilissima ci hanno sempre creduto».  12 agosto 2009 

 da http://www.unita.it/news/economia/87267/innse_vincono_gli_operai

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martedì, 11 agosto 2009

giulemanidallainnseLa Innse e la lotta dei suoi lavoratori ci dimostra che esiste ancora la possibilità di far nascere un conflitto di classe tra salariati e padronato quando quest’ultimo evidenzia non solo un’arroganza che fuoriesce dai tavoli contrattuali e da qualunque sede di confronto tra le parti, ma anche e soprattutto quando entra in scena la sopravvivenza di una realtà produttiva legata a quella degli operai che vi hanno sempre prestato la loro forza, il loro tempo.
Lo hanno fatto per vivere, per ricevere quella busta paga che oggi non hanno più, che il professor Pietro Ichino vorrebbe modificare in una temporanea ammortizzazione per ricercare altre collocazioni lavorative a quegli operai che insistono giustamente nel dire che la Innse non è una fabbrica in crisi e che avrebbe spazio sul mercato con parecchie comande di lavoro.
E allora non è per niente peregrina la proposta che faceva Dino Greco sulle colonne di “Liberazione”, ripresa anche dai sindacati in queste ore, di consegnare la gestione della fabbrica ai suoi operai, requisendola secondo quelle norme costituzionali che impongono la dismissione della proprietà privata di un luogo di produzione se entra in contrasto con il pubblico interesse.
E qui il pubblico interesse è il sacrosanto diritto dei lavoratori a poter continuare a vivere e a non sottostare ai diktat padronali di Genta che si fa scortare dalle sue guardie del corpo nelle conferenze stampa in cui spara a zero contro coloro che gli hanno garantito il profitto sino ad oggi e che vorrebbe gettare via come pedine di un gioco ormai usato, per niente logoro e capace di rimettersi in gioco senza alcun ardire speculativo ma con il serio intento di mandare avanti un ciclo produttivo che, a quanto testimoniato dai diretti interessati, è tutt’altro che esaurito.
La lunga storia della Innse, che dura ormai da decine di mesi, ricorda quegli esperimenti di autogestione delle fabbriche che si verificarono, ad esempio, alle Reggiane con il trattore R60, con una organizzazione di fabbrica che trascendeva i normali rapporti verticali di direzione e che si era trasformata in una pianificazione sociale (o socialisteggiante) per cui il frutto della produzione, che comunque generava un profitto, diventava collettivo e non assimilabile in un conto corrente bancario di una singola persona o di un gruppo ristretto di dirigenti.
Ma le parole di Genta, i suoi atteggiamenti scomposti e la sua arroganza sono protetti dalle deregolamentazioni che si sono fatte strada nei decenni passati e con la distruzione progressiva del contratto nazionale di lavoro, la decurtazione dei salari come variabile dipendente dalla produttività, nonché con la santificazione delle tante tipologie di lavoro flessibile che hanno sempre più diviso i lavoratori e creato i moderni egoismi che si ripercuotono sul piano sociale senza che se ne abbia una percezione immediata, subitanea.
Ci sono quattro operai su una gru. Ci sono quattro persone che non credo vogliano essere definiti “eroi” o con epiteti altisonanti. Andrebbe colta la disperazione di questi moderni proletari che forse non avranno letto il “Manifesto del Partito Comunista”, o forse sì, ma che a priori sanno come difendere e lanciare una nuova Innse, una fabbrica che non può essere depredata dei suoi macchinari per farne un ennesimo piccolo profitto da botteguccia medievale.
Non c’è solamente un basso cinismo pecuniario in tutto ciò, ma c’è anche un modo di intendere le regole del mercato con un disordine di intenti che allarma per come si mostra: perché ci dice che l’interesse al profitto non è legato neppure alla fetta di mercato che si vuole occupare con una certa stabilità di tempi, con un percorso di costruzione della merce che risponda a criteri di qualità, sicurezza e altro. No, tutto questo resta solamente legato al guadagno facilissimo, allo sfruttamento immorale, incivile e incostituzionale di persone che nessuno può permettersi di trattare come schiavi, deridendoli e insultandoli o caricandoli di responsabilità che sono di esclusiva pertinenza di quelle gestioni padronali sempre fallimentari.
Peccato che i rischi di impresa si riversino sempre sui lavoratori e, come mi è sempre capitato di dire e scrivere, tutto sommato se la fabbrica fallisce (e non è il caso della Innse) il padrone le vacanze a Cortina d’Ampezzo se le fa comunque, i lavoratori restano con una lettera di licenziamento in mano a guardare attoniti un futuro che risulta invisibile, sconcertante .
Per questo la lotta dei 49 della Innse è una moderna lotta di classe, coscienti o meno che ne siano questi lavoratori e queste lavoratrici. E noi dobbiamo sostenerli con tutto il nostro impegno, le nostre parole, i nostri poveri mezzi. Anche con un blog, con un volantino, con una cassa di sussistenza che veda coinvolti gli ancora vasti settori sociali della sinistra che tardano ad esprimersi e fanno fatica ad emergere perché traumatizzati da divisioni, lacerazioni ideologiche o collocazioni politiche imprecise e contraddittorie perché alla ricerca dell’Araba Fenice che gli sveli come unire ambientalisti con socialisti craxiani, neo socialdemocratici con movimentisti della penultima ora.
Ma l’Araba Fenice non è una formula algebrica che sommi le pere alle mele, è semmai quel mito che non bisogna più rincorrere, ma individuare laddove c’è un conflitto sociale, dove capitale e lavoro si affrontano nella disperata lotta di ridimensionamento prima ed espulsione poi del profitto dalle nostre vite, dove dall’alto di una gru quattro operai ne sono il simbolo, il fenomeno che dovrebbe un po’ stupirci, un po’ farci muovere nel senso giusto della lotta.

MARCO SFERINI - 6 Agosto 2009

da Lanterne rosse, al link  http://www.lanternerosse.it/?p=295

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sabato, 08 agosto 2009

«Ho paura, sono clandestina».    E si getta al fiume

di Stefano Milani

Oggi per la legge italiana sarebbe un illegale. Un fantasma senza diritti, una di quelle a cui consegnare un foglio di via e farla ritornare da dove è arrivata. Sarebbe, perché Fatima non c'è più. Si è suicidata gettandosi nel fiume Brembo a Ponte San Pietro, vicino Bergamo. «Il pensiero di essere clandestina la terrorizzava», ripete Mohamed giustificando così il gesto estremo di sua sorella. Che magari non avrebbe tollerato il pensiero di essere sorpresa da qualche ronda malintenzionata mentre camminava per le strade del suo paese.
Ventisette anni, marocchina e un sogno diventato ossessione: «Essere italiana a tutti gli effetti». E a tutti i costi. Lo ripeteva da tempo, confida suo fratello, «ma negli ultimi giorni le è venuta un'ansia particolare. Aveva letto sui giornali la storia del reato di clandestinità e l'idea di doversi separare da noi non la faceva dormire la notte». Da cinque anni viveva nel Bergamasco con i due fratelli e i genitori. Tutti regolari, tranne lei. E questa cosa «non la faceva dormire». Ha provato in vari i modi ad ottenere la cittadinanza italiana «ma le hanno chiuso tutti la porta in faccia», dice Mohamed. Avrebbe potuto chiedere il ricongiungimento (visto i fratelli regolari), ma nessuno ha mosso un dito per sanare la sua posizione.
Senza un lavoro e senza amici la sua era una non vita. L'unico contatto col mondo esterno lo aveva grazie ad un'amica della madre da cui andava spesso. E da lei aveva detto di andare anche giovedì scorso, quando è uscita da casa per l'ultima volta. Il suo corpo è stato ritrovato ieri, notato sotto un ponte da alcuni passanti. Sui veri motivi della morte di Fatima, però, i carabinieri sono cauti. La paura di essere espulsa può essere solo uno degli aspetti, dicono, che l'hanno portata a compiere il gesto. La ragazza, fanno sapere gli uomini dell'Arma, soffriva di «problemi psichici» che probabilmente hanno «aggravato» la situazione. Smentiti però dal fratello: «Aveva solo dei forti dolori di pancia». Per questo andava spesso all'ospedale cittadino, presentandosi con l'identità di sua sorella (regolare e che vive altrove) ma i medici non avevano trovato nulla che non andasse.
Ma senza stare tanto a soffermarsi sulla causa scatenante che l'ha spinta al suicidio, quella di Fatima rimane comunque una storia a forte impatto emotivo. Arrivata a poche ore dall'entrata in vigore del pacchetto sicurezza e dopo mesi di campagna mediatica anti-clandestina messa in campo dal governo. Una storia «che mostra in modo drammatico quale sia la realtà della vita per molti immigrati, che spesso rimane sotto silenzio», così Livia Turco, capogruppo Pd in commissione Affari sociali della Camera.

Dalla maggioranza, invece, nessuna parola.   La tragica morte di un clandestino non merita neanche di essere commentata. -      

Dal manifesto del 08/08/2009  http://www.ilmanifesto.it/

 

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sabato, 08 agosto 2009

Pestaggi a Ponte Galeria

Diario

Un racconto tremendo, e un appello, dal Cie di Ponte Galeria. Nella serata di lunedì arriva nel Centro un gruppetto di algerini, appena trasferiti da Bari Palese. Tra di loro c’è anche un ragazzo gravemente malato di cuore, che si lamenta e protesta: la polizia non ha provveduto a portare da Bari le medicine che deve prendere ogni giorno. Invece di procurare i farmaci, i poliziotti lo portano in infermeria e poi nella cella di sicurezza. Lì lo massacrano di botte, stufi di tutti questi stranieri sempre pronti a lamentarsi.

Quando lo riportano in sezione è pieno di lividi e sangue. Lui è malato di cuore per davvero e durante la notte si sente malissimo: i suoi compagni danno l’allarme, e il malato lascia il Centro a bordo di una ambulanza. La mattina dopo i suoi compaesani, che stanno raccontando in giro gli avvenimenti della notte, vengono raggruppati e portati via. Tutti pensano ad un rimpatrio, e solo la sera si scoprirà che in realtà il gruppo è stato messo in “isolamento” nel reparto delle donne. Intanto, durante tutto il giorno, del ragazzo malato di cuore non si ha più alcuna notizia.
Passano le ore, e i reclusi del Centro si ricordano di Salah Soudami, morto soltanto cinque mesi fa in circostanze pressoché identiche, e pensano al peggio.
Così chiedono aiuto ai solidali che stanno fuori dai Centri e lanciano un appello dai nostri microfoni: vogliono avere notizie del loro compagno. Vogliono sapere come sta, se è vivo o morto, e dov’è. Lo hanno chiesto alla Croce Rossa e non hanno avuto risposta. Lo hanno chiesto pure agli agenti, e anche loro sono stati zitti: del resto, si sa, i poliziotti sono buoni solo a massacrare di botte i malati di cuore.

Ascolta la diretta con Ponte Galeria: http://www.autistici.org/macerie/?p=17513

Aggiornamento 6 agosto.

A due giorni da questo appello nulla si è mosso. Gli algerini, testimoni dell’accaduto, sono ancora in isolamento dentro alla sezione femminile: non vengono fatti uscire, neanche per mangiare e non hanno contatti con nessuno. L’ambasciata algerina, chiamata in causa, sostiene di non saperne niente. Una troupe di Canale 5, chiamata da alcune mogli di reclusi, si è vista negare l’accesso al Centro.

Ieri, un gruppo di prigionieri ha rifiutato il vitto ed è rimasto nelle gabbie all’ora di pranzo, protestando rumorosamente. La polizia è intervenuta in forze ma i reclusi hanno continuato a protestare fino a quando non è stato promesso loro un incontro con il direttore. Previsto per la serata, l’incontro però non c’è stato, e non c’è stato neanche questa mattina. A detta dell’amministrazione, il direttore è assente dal centro.

Aggiornamento 7 agosto.

Sempre più fitto il muro di silenzio intorno al pestaggio di lunedì sera a Ponte Galeria. Il direttore del Centro continua a farsi negare e, soprattutto, gli algerini testimoni dell’accaduto sono stati velocemente rimpatriati , dopo aver passato qualche giorno in isolamento. Da parte sua, l’ambasciata algerina, interpellata sia da alcuni prigionieri del Centro che da alcuni solidali da fuori, continua ad ignorare vistosamente la situazione: evidentemente l’accordo bilaterale per “rafforzarel’azione di contrasto all’emigrazione clandestina” siglato quindici giorni fa ad Algeri da Antonio Manganelli e Ali Tounsi, capi rispettivamente della polizia italiana e di quella algerina, sta cominciando a dare i suoi frutti.

da Macerie e storie di Torino: http://www.autistici.org/macerie/
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venerdì, 24 luglio 2009

manifesto-finoalcuore-ago09-505Fino al cuore della rivolta. Edizione agosto 2009

Dopo tanta attesa è finalmente pronto il programma della quinta edizione del festival della Resistenza che si terrà dal 31 luglio al 4 agosto a Fosdinovo.  Cinque giorni di musica, dibattiti, teatro e poesia,  che avranno una dedica speciale ad un amico che non c'è più: Ivan Della Mea, lunedì 3 agosto con un concerto-tributo. Tanti gli spettacoli inediti ma anche graditissimi ritorni: Marcello Fois, Tenore e su Cuncordu de Orosei, Bobo Rondelli, Franco Loi, Banda Osiris, Alessio Lega, Yo Yo Mundi, Moni Ovadia, Antonio Lombardi e Blanca Teatro in un omaggio a Paolo Bertolani, Maurizio Maggiani, Gian Piero Alloisio, Ascanio Celestini, Apuamater, Marco Rovelli LibertAria. Moltissimi anche i momenti di approfondimento e riflessione con Angelo D’Orsi, Cesare Bermani, Gabriele Polo, Gianfranco Azzali “Micio” e tanti altri ospiti ancora...

da:   www.archividellaresistenza.it/cms/index.php

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lunedì, 20 luglio 2009

20 luglio 2009

Il 20 luglio dell'ordine pubblico

 

Il venti luglio 2001 a Genova in Piazza Alimonda veniva ucciso Carlo Giuliani. Per quell'omicidio, agli atti, c'è solo una archiviazione. Il carabiniere che sparò agì, secondo i giudici, per legittima difesa. Il colpo, secondo gli esperti balistici della Procura di Genova, si avventurò in una traiettoria deviata da un calcinaccio in volo e quindi 'attinse' la vittima. L'omicido di Carlo Giuliani fu il momento più alto della repressione indiscriminata che porta nomi ormai noti di quei giorni: la Diaz, i manganelli e i lacrimogeni da guerra nei cortei, la caccia all'uomo, le botte, i cori fascisti di alcuni agenti. Vi fu, secondo qualificati osservatori, una sospensione dei diritti costituzionali e la ferita aperta, mai rimarginata, si stempera nel tempo che passa, nella quotidianità che scorre, nelle cronache incalzanti che saturano la percezione e la riflessione.Pochi giorni fa un tribunale di Ferrara ha condannato in primo grado quattro agenti di polizia per l'omicidio di Federico Aldrovandi, percosso e picchiato alle prime luci dell'alba mentre stava rincasando dopo una serata con amici.A Parma, un ragazzo di colore nei mesi scorsi veniva picchiato e fotografato con insulti razzisti nella caserma dei vigili municipali.L'ordine pubblico è questione delicata nella storia d'Italia (utilissimo il sito http://www.reti-invisibili.net/), dagli anni più caldi della contestazione, a quelli bui della lotta armata, fino ad arrivare ai nostri giorni passando da Napoli – un anno prima di Genova – e ai fatti che riguardano il comportamento degli agenti impegnati corpo a corpo con le tifoserie da stadio. Quest'ultimo accostamento ci ricorda come siano cambiati i terreni di scontro e come sia mutato anche l'atteggiamento di chi è chiamato al servizio 'anti-sommossa'.Torniamo a Genova: otto anni dopo vale la pena ricordare anche cose piccole, ma significative. La catena di comando del macello della Diaz, con falsi ideologici e depistaggi che arrivano fino all'allora Capo della polizia Gianni De Gennaro, ha portato solo a promozioni o incarichi ancor più prestigiosi per i responsabili delle forze di polizia . Le battaglie di quella sinistra che oggi è scomparsa dal Parlamento per avere la piena identificabilità degli agenti, per esempio con un numerino identificativo sul casco, sono rimaste lettera morta. Le fotografie consegnate ai pm di Genova per il riconoscimento delle 'mele marce' nelle fila dei tutori dell'ordine erano fototessere sbiadite e in formato talmente piccolo da rendere impossibile qualsiasi tentativo di riconoscibilità. A Milano, un murales dipinto in memoria di Carlo Giuliani, è stato cancellato conme se fosse una semplice tag da rimovere dai muri imbrattati. Lo avevano rifatto, lo hanno ricancellato. La scritta recitava: no justice, no peace.Nelle manifestazioni dell'Onda della scorsa primavera alcuni studenti spiazzavano gli agenti con manifestazioni improvvisate che paralizzavano il traffico. Paura degli agenti? Nessuna, sono della polizia, alcuni dicevano. Ai tempi di Genova quei ragazzi avevano 12 anni. Certo, dicevano, ce lo ricordiamo. Ma non facciamo nulla di male. Proprio come migliaia di persone picchiate brutalmente allora. L'ex parlamentare Gigi Malabarba ancora oggi che non siede più nel Palazzo non si stanca di raccontare come siano cambiate le regole per entrare in polizia: il riferimento è a una legge del 2004 che favorisce fino al 2020 i militari, spesso quelli che hanno un concetto di 'ordine pubblico' legato alle 'missioni di pace', rispetto agli aspiranti poliziotti civili che non sono in servizio nei corpi armati. Una norma che prospetta dei riflessi inquietanti, basti pensare ai militari del Tuscania per le strade di Genova nel 2001. Manca una riflessione sulla gestion edella piazza, l'addestramento, in un normale contesto urbano italiano. Lo conferma la decisione, annunciata con vanto dal governo Berlusconi, di affiancare agli agenti per le strade delle città militari in mimetica, o la militarizzazione dei luoghi 'sensibili' come i siti prescelti per discarioche o termovalizzatori. Torniamo, ancora una volta a Genova: nessuna commissione di inchiesta, una verità processuale falsata, archiviazione per calcinacci devianti, prescrizione incombente, nessun ripensamento sulle reponsabilità all'interno delle forze di polizia. L'ultimo caso, quello dei quattro poliziotti di Ferrara condannati, è più che lampante. Uno di loro, alla lettura della sentenza che lo riteneva resposabile dell'omicidio di un ragazzo, non c'era. Era in missione al G8 dell'Aquila. Mansione: ordine pubblico.
Angelo Miotto - PeaceReporter: http://it.peacereporter.net/
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domenica, 05 luglio 2009

Aggressione razzista a Monteverde Nuovo, uomo del Congo picchiato e derubato

Aggressione razzista nel quartiere di Monteverde Nuovo a Roma. Un uomo del Congo è stato selvaggiamente picchiato da tre italiani, in via di Donna Olimpia, al grido di "sporco negro, noi facciamo la volontà del governo, dovete tornare a casa vostra". Il fatto è avvenuto giovedì pomeriggio.

Il congolese stava distribuendo volantini quando dalle finestre di una palazzina alcune persone lo hanno insultato per il colore della sua pelle. Mentre si allotanava spaventato, dalla palazzina sono usciti tre uomini, tutti italiani tra i 30 e i 50 anni, che lo hanno rincorso. Raggiunto lo hanno bloccato e picchiato, ferendolo al volto. Poi lo hanno derubato del passapoprto passaporto e dei soldi che aveva in tasca.

L'uomo ha chiamato, poco prima delle 15, il 113 raccontando di essersi nascosto in un palazzo di via di Donna Olimpia dopo l'aggressione. All'arrivo degli agenti della polizia di Stato gli aggressori si erano già dati alla fuga mentre l'uomo è stato soccorso dal personale del 118 ed accompagnato in ospedale dov'è stato dimesso con sette giorni di prognosi per un trauma cranico e una ferita al sopracciglio sinistro.

Il congolese è un rifugiato politico in Italia dal 2004, si è sposato in Italia, vive a Roma e ha una bambina di pochi anni. Ha raccontato ai poliziotti che stava distribuendo volantini pubblicitari citofonando agli inquilini della zona quando un cinquantenne infuriato per essere stato disturbato durante il riposino pomeridiana lo ha prima pesantemente insultato dalla finestra e poi è sceso e gli ha rotto una bottiglia in testa. Successivamente sarebbe stato raggiunto da altri due italiani che lo hanno continuato a picchiare.

Il sindaco Gianni Alemanno ha dichiarato: "L'insulto razziale offende persino più della violenza fisica. Indubbiamente quello che rende grave l'aggressione a Monteverde non è tanto l'entità delle lesioni riportate, quanto l'idea che nella nostra città si aggirino personaggi che odiano e assalgono in base al colore della pelle. Esprimo piena solidarietà alla vittima di questa aggressione razzista e chiedo agli inquirenti un'indagine approfondita  per individuare e punire i responsabili".
(04 luglio 2009)    http://roma.repubblica.it/
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